Riflessione. Sacerdoti
in carriera?
Chi è senza peccato scagli la prima pietra! .
di padre Antonio Rungi |
Comunicato stampa
Lunedi'
8 maggio
2006, ore 19,15
Ogni volta che il Papa, e non solo quello attuale, tocca il tasto
della carriera ecclesiastica scattano, come una molla, le reazioni
all’interno del clero, della stessa Chiesa e della società civile.
Reazioni che si manifestano come consenso a ciò che dice il Papa e
reazioni come contestazione alle affermazioni. Si delinea, in
queste circostanze, una sorta di divisione interna, basata su un
concetto essenziale e che è tipico del modo di parlare,
soprattutto dall’altare: sono “cose che riguardano gli altri e non
me”.
In realtà ciò che dice il Papa o dice un prete dall’altare
riguarda tutti, perché nessuno è esente, anche quelli
apparentemente umili e distaccati dal potere e dalla carriera,
dalla tentazione del carrierismo, che a volte, non si manifesta
occupando un posto ed un ruolo nella chiesa, ma con una pseudo
autorevolezza morale che non si ha. Perché tale autorità si
riconosce solo ai santi, a coloro che, come giustamente mette in
risalto il Papa, Benedetto XVI, nella sua omelia di ieri, nella
Basilica Vaticana, tenuta durante la messa di consacrazione di 15
nuovi diaconi, mettono al centro della propria vita la Croce di
Cristo.
C’è chi, infatti, la carriera la costruisce per tempo e nel tempo
fondando ogni cosa sui propri amici e dimenticandosi di tutti gli
altri. Chi la costruisce sull’iniqua amministrazione del potere e
dei beni quando occupa un posto. Chi la costruisce mediante una
posizione di comodo, evitando di assumere qualsiasi incarico, non
per modestia ed umiltà, ma per non perdere consenso o per viltà.
C’è chi poi è negato completamente a svolgere ruoli, in quanto non
in grado di portare avanti con coraggio il suo ufficio, e si
costruisce una carriera alternativa del non fare niente,
all’interno della Chiesa, ma dedicandosi ad altre e più
gratificanti attività al di fuori di essa o comunque in sintonia
con essa. A volte compiti secondari assumono pesi più di compiti
rilevanti. Un impiegato, con tutto il rispetto per le mansioni che
svolge e copre, riesce ad avere più potere del capoufficio. E’ la
storia dei nostri giorni in tutti gli ambienti civili e non. Una
pratica va avanti più speditamente delle altre, mediante
l’intercessione di amici e conoscenze in alto loco, e con
strategie subdole dalle quali non sono esenti i favori di ogni
genere.
Come dire, non è facile decifrare chi è il prete in carriera e chi
non lo è. Molti lo sono al di là dei posti che occupano, gestendo
persone e cose, magari con l’essere richiusi in quattro mura,
nell’assoluta povertà dei mezzi, ma con il potere di comandare
comunque e sempre.
Certo, per chi aspira a ruoli sempre più prestigiosi all’interno
della Chiesa non è assolutamente in linea con il Vangelo fare
questo o peggio di questo.
Ci sono scuole ed istituzioni ecclesiastiche che già di per sé
portano ad agire e a pensare in questa ottica, come la carriere
diplomatica. Chi frequenta questo o quell’ambiente ha una carriera
assicurata nella Chiesa. Chi si appoggia a questo a quell’altro
avrà un avvenire assicurato. Sono cose che si sanno e si
comprendono pure, ma non si giustificano affatto. Da qui il giusto
richiamo del Papa.
E’ necessario un capovolgimento di mentalità, che giustamente
chiede di effettuare il Santo Padre, riflettendo sul tema del
carrierismo nella Giornata Mondiale delle Vocazioni, che abbiamo
celebrato ieri, 7 maggio 2006.
Ma mi preme sottolineare in questa riflessione all’indomani
dell’effetto dirompente che hanno avuto negli ambienti
ecclesiastici e civili le parole pronunciate da Benedetto XVI,
alcuni significativi passaggi della sua splenda omelia, che deve
far pensare tutti, a partire da coloro che si sentono esenti dalla
tentazione della carriera. Forse sono quelli più pericolosi,
perché agiscono di nascosto e se non in prima persona, attraverso
i loro rappresentanti e uomini di facciata.
Gli schieramenti e le divisioni nelle istituzioni ecclesiastiche
non derivano forse dal bisogno di occupare direttamente o
indirettamente posti ed uffici che non vogliamo riconoscerli agli
altri, perché ci riteniamo più capaci e migliori degli altri? Dai
più semplici ai più complessi incarichi, quali sono le logiche
delle scelte se non quelle di un esercizio diretto o delegato del
potere? Il nostro modo di parlare è il seguente: questo l’ho
indicato io, l’ho sponsorizzato io, l’ho nominato io, l’ho formato
e costruito io, l’ho promosso e sostenuto io, l’ho fatto io. La
mitizzazione del proprio io, dell’aver fatto questo o quello, il
richiamo alle grandi opere realizzate, il far pesare sugli altri
le difficoltà incontrate e gli ostacoli trovati, ciò che non è
stato realizzato, sempre per responsabilità altrui. Tutto questo è
un modo di concepire la vita, in generale e quella ecclesiastica
in particolare, come esercizio di potere che non ha termine, anche
se non si occupa più un posto ufficiale nella stanza dei bottoni.
Stanza che si spera di occupare quanto prima personalmente o
mediante nostri rappresentanti. Così è nella vita civile e così e
nella chiesa, che è anche una comunità fatta di persone e di
aspirazioni espresse o nascoste.
Con questo modo di pensare, guai il momento in cui chi è stato da
noi delegato, soprattutto se amico, non risponde in pieno alle
nostre attese e pretese. Si parla di ingratitudine, di
irriconoscenza e tutto il resto e se lo si vede abbandonato a se
stesso, rifiutato da tutti, meglio ancora.
Quante persone si sono scarificate e si sacrificano tuttora per il
bene della Chiesa e vengono tacciate per uomini e donne in
carriera? Quante persone investono energie di mente, cuore e
fisiche per svolgere al meglio il proprio ufficio e vengono
tacciate di carrierismo?
Bisogna sapere discernere il carrierismo di certi ambienti
ecclesiastici dal servizio generoso e sofferto di altri ambienti,
che non contano e non pesano. Tale discernimento è possibile farlo
alla luce di quanto ci ha detto il Santo Padre, ieri, nella
Giornata Mondiale delle Vocazioni. “il sacerdote viene totalmente
inserito in Cristo affinché, partendo da Lui e agendo in vista di
Lui, egli svolga in comunione con Lui il servizio dell'unico
Pastore Gesù, nel quale Dio, da uomo, vuole essere il nostro
Pastore”. Ed aggiunge: “Gesù, prima di designarsi come Pastore,
dice con nostra sorpresa: "Io sono la porta" (Gv 10, 7). È
attraverso di Lui che si deve entrare nel servizio di pastore.
Gesù mette in risalto molto chiaramente questa condizione di fondo
affermando: "Chi … sale da un'altra parte, è un ladro e un
brigante" (Gv 10, 1). La parola "sale" evoca l'immagine di
qualcuno che si arrampica sul recinto per giungere, scavalcando,
là dove legittimamente non potrebbe arrivare. "Salire" – si può
qui vedere anche l'immagine del carrierismo, del tentativo di
arrivare "in alto", di procurarsi una posizione mediante la
Chiesa: servirsi, non servire. È l'immagine dell'uomo che,
attraverso il sacerdozio, vuole farsi importante, diventare un
personaggio; l'immagine di colui che ha di mira la propria
esaltazione e non l'umile servizio di Gesù Cristo. Ma l'unica
ascesa legittima verso il ministero del pastore è la croce. È
questa la porta.
Lo stile di servizio che ha chiaro davanti a se la Croce di Cristo
porta di conseguenza a “non desiderare di diventare personalmente
qualcuno, ma invece esserci per l'altro, per Cristo, e così
mediante Lui e con Lui esserci per gli uomini che Egli cerca, che
Egli vuole condurre sulla via della vita. Si entra nel sacerdozio
attraverso il Sacramento – e ciò significa appunto: attraverso la
donazione totale di se stessi a Cristo, affinché Egli disponga di
me; affinché io Lo serva e segua la sua chiamata, anche se questa
dovesse essere in contrasto con i miei desideri di
autorealizzazione e stima. Entrare per la porta, che è Cristo,
vuol dire conoscerlo ed amarlo sempre di più, perché la nostra
volontà si unisca alla sua e il nostro agire diventi una cosa sola
col suo agire”.
Il Papa poi evidenzia che il pastore dà la sua vita per le pecore.
Il mistero della Croce sta al centro del servizio di Gesù quale
pastore: è il vero grande servizio che Egli rende a tutti noi.
Egli dona se stesso. Per questo, a buona ragione, al centro della
vita sacerdotale sta la sacra Eucaristia, nella quale il
sacrificio di Gesù sulla croce rimane continuamente presente tra
di noi. E a partire da ciò impariamo anche che cosa significa
celebrare l'Eucaristia in modo adeguato: è un incontrare il
Signore che per noi si spoglia della sua gloria divina, si lascia
umiliare fino alla morte in croce e così si dona a tutti noi. È
molto importante per il sacerdote l'Eucaristia quotidiana, nella
quale si espone sempre di nuovo a questo mistero; sempre di nuovo
pone se stesso nelle mani di Dio sperimentando al contempo la
gioia di sapere che Egli è presente, mi accoglie, sempre di nuovo
mi solleva e mi porta. L'Eucaristia deve diventare per noi una
scuola di vita, nella quale impariamo a donare la nostra vita. La
vita non la si dona solo nel momento della morte e non soltanto
nel modo del martirio. Noi dobbiamo donarla giorno per giorno.
Occorre imparare giorno per giorno che io non possiedo la mia vita
per me stesso. Giorno per giorno devo imparare ad abbandonare me
stesso; a tenermi a disposizione per quella cosa per la quale
Egli, il Signore, sul momento ha bisogno di me, anche se altre
cose mi sembrano più belle e più importanti. Donare la vita, non
prenderla. È proprio così che facciamo l'esperienza della libertà.
La libertà da noi stessi, la vastità dell'essere. Proprio così,
nell'essere utile, la nostra vita diventa importante e bella. Solo
chi dona la propria vita, la trova.
Come seconda cosa il Signore ci dice: "Io conosco le mie pecore, e
le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco
il Padre " (Gv 10, 14-15). Sono due rapporti apparentemente del
tutto diversi che qui si trovano intrecciati l'uno con l'altro: il
rapporto tra Gesù e il Padre e il rapporto tra Gesù e gli uomini a
Lui affidati. Ma entrambi i rapporti vanno proprio insieme, perché
gli uomini, in fin dei conti, appartengono al Padre e sono alla
ricerca di Lui. Quando si accorgono che uno parla soltanto nel
proprio nome e attingendo solo da sé, allora intuiscono che egli
non può essere ciò che stanno cercando. Laddove però risuona in
una persona la voce del Padre, si apre la porta della relazione
che l'uomo aspetta. Così deve essere quindi anche nel nostro caso.
Innanzitutto e nel nostro intimo dobbiamo vivere il rapporto con
Cristo e per il suo tramite con il Padre; solo allora possiamo
veramente comprendere gli uomini, e allora essi si rendono conto
di aver trovato il vero pastore. Ovviamente, nelle parole di Gesù
è anche racchiuso tutto il compito pastorale pratico, di seguire
gli uomini, di andare a trovarli, di essere aperti per le loro
necessità e le loro domande. Ovviamente è fondamentale la
conoscenza pratica, concreta delle persone a me affidate, e
ovviamente è importante capire questo "conoscere" nel senso
biblico: non c'è un vero conoscere senza amore, senza un rapporto
interiore, senza una profonda accettazione dell'altro. Il pastore
non può accontentarsi di sapere i nomi e le date.
Interessante il riferimento alla conoscenza del cuore. Il
conoscere del pastore vero “deve essere sempre anche un conoscere
con il cuore. Questo però è realizzabile in fondo soltanto se il
Signore ha aperto il nostro cuore; se il nostro conoscere non lega
le persone al nostro piccolo io privato, al nostro proprio piccolo
cuore, ma invece fa sentire loro il cuore di Gesù, il cuore del
Signore. Deve essere un conoscere col cuore di Gesù e orientato
verso di Lui, un conoscere che non lega l'uomo a me, ma lo guida
verso Gesù rendendolo così libero e aperto.
C’è questa tendenza nell’ambiente ecclesiastico a sentire le
persone come propria proprietà o creature accolte, fatte crescere
e promosse, soprattutto se si sono trovate in difficoltà.
Quell’aiuto dato, in molti casi, pesa per tutta la vita ed ha uno
scotto da pagare, che non è soltanto la riconoscenza ed il
rispetto. Le persone appartengono a Dio e solo a Lui bisogna
rendere principalmente conto.
Infine il Signore ci parla del servizio dell'unità affidato al
pastore. La missione di Gesù riguarda l'umanità intera, e perciò
alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l'umanità,
affinché essa riconosca Dio, quel Dio che, per noi tutti, in Gesù
Cristo si è fatto uomo, ha sofferto, è morto ed è risorto. La
Chiesa non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un
certo punto ha raggiunto. Non può ritirarsi comodamente nei limiti
del proprio ambiente. È incaricata della sollecitudine universale,
deve preoccuparsi di tutti. Questo grande compito dobbiamo
"tradurre" nelle nostre rispettive missioni. Ovviamente un
sacerdote, un pastore d'anime, deve innanzitutto preoccuparsi di
coloro, che credono e vivono con la Chiesa, che cercano in essa la
strada della vita e che da parte loro, come pietre vive,
costruiscono la Chiesa e così edificano e sostengono insieme anche
il sacerdote. Tuttavia, dobbiamo anche sempre di nuovo – come dice
il Signore – uscire "per le strade e lungo le siepi" (Lc 14, 23)
per portare l'invito di Dio al suo banchetto anche a quegli uomini
che finora non ne hanno ancora sentito niente, o non ne sono stati
toccati interiormente. Il servizio dell'unità ha tante forme. Ne
fa parte sempre anche l'impegno per l'unità interiore della
Chiesa, perché essa, oltre tutte le diversità e i limiti, sia un
segno della presenza di Dio nel mondo che solo può creare una tale
unità”.
Il rischio di servirsi della Chiesa e non servire la Chiesa è
reale e non solo oggi, ma dal tempo di Gesù stesso, quando i
discepoli si discutevano tra loro che fosse il più grande, oppure
quando la madre dei due discepoli chiese a Gesù farli accomodare,
nel suo Regno, uno alla desta ed uno alla sinistra. Come dire
sistemali in un posto di prestigio quando sarai tu a tenere in
mano le sorti della nazione. Peccati e mali di sempre che, in
determinati momenti, si accentuano sostenuti da modelli culturali
che esaltano il potere di qualsiasi genere. Quello ecclesiastico
attira in modo particolare, soprattutto in certi ambienti, vicini
o lontani, dalla Sede di Pietro.
Da qui la necessità, dati anche i tempi moderni, di snellire
pratiche ed iter procedurali a livello canonico ed ecclesiastico,
perché la carriera la si inizia a fare anche in quegli uffici che
contano e pesano nella catena o filiera dell’organizzazione della
Chiesa locale ed universale. I sacerdoti, in particolare,
ritornino a fare i preti uscendo per le strade ad evangelizzare ed
andare in cerca della pecorella smarrita. Il vero pastore si
misura soprattutto per l’ansia missionaria che ha, al di là dei
posti che occupa o che gli chiedono di occupare.
Napoli, 8 maggio
2006
L’Addetto Stampa- Curia provinciale- Passionisti
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